Nel 1957 fu indetta una conferenza dall’Accademia Americana per la Paralisi  Cerebrale,

durante la quale fu elaborata una definizione, universalmente accettata che considera la PIC come:

<< un disturbo permanente ma non immodificabile dovuto ad un difetto o ad una lesione cerebrale non progressiva, determinatasi prima che l’encefalo abbia compiuto… i principali processi di maturazione morfo funzionale, il disturbo motorio è prevalente, ma non esclusivo e può essere variabile per tipo e gravità>>.

Da questa prospettiva di inquadramento si sono sviluppate le proposte riabilitative volte alla maggiore realizzazione possibile di tutto il potenziale del soggetto.

Classicamente le paralisi cerebrali infantili vengono suddivise in base ai sistemi encefalici coinvolti nel danno; esse vengono distinte in monoplegie , diplegie, triplegie, tetraplegie.

Nella maggior parte dei casi, il quadro clinico della paralisi cerebrale si sviluppa e si va definendo nel corso di vari mesi, prima ancora che i genitori, e spesso anche i medici, siano in grado di rilevare i segni della patologia motoria.

Chi ha pratica di bambini a “rischio” sa quanto sia difficile ed aleatorio stabilire l’esistenza di una patologia neuromotoria sin dai primi mesi di vita.

Si può verificare, infatti, che la paralisi cerebrale diventi evidente sul piano clinico, solo quando ormai è già troppo tardi per instaurare un trattamento abilitativo con maggiori prospettive di successo, e che, a volte, il riscontro di modeste alterazioni neuromotorie fa correre il rischio di considerare un bambino affetto di paralisi cerebrale infantile, che diventerà spontaneamente normale, e di inserirlo in un circuito abilitativo con effetti negativi sul suo sviluppo neuropsichico.

Per questi motivi nella pratica clinica spesso si pone il dilemma se sia più o meno opportuna un intervento precoce.

Quindi occorre sempre un’accurata valutazione di tutti gli elementi diagnostici a disposizione al fine di giungere, senza rischio di errori alla formulazione precoce della diagnosi ed all’effettuazionedi un tempestivo ed efficace intervento abilitativo.

Detto ciò, se l’aspetto diagnostico è di competenza del medico specialistico, quando un bambino affetto da paralisi cerebrale infantile viene inserito nell’iter riabilitativo sta al logopedista, al fisioterapista ed allo psicomotricista organizzare con l’equipe multidisciplinare un percorso idoneo per quel bambino……

La diagnosi molto spesso è uguale, quoindi potremo ritrovare per casi diversi la dicitura << “Paralisi cerebrale”>>, ma i bambini sono tutti differenti, quindi ci ritroveremo a lavorare con piccoli pazienti che hanno la stessa diagnosi ma con necessità completamente diverse, secondo il mio parere, ciò che deve essere il focus della terapia logopedica è la comunicazione, quindi il fornire un modo al bambino per chiedere ciò che vuole per relazionarsi con il mondo esterno per avere degli scambi, perchè le relazioni sono fatte di scambi continui di richieste e domande, quindi se un bambino non riesce a comunicare bisogna aiutarlo a costruire un percorso alternativo e soprattutto bisogna insegnargli ad adoperarlo….

Incontro spesso una bambina che parla con lo sguardo è dolcissima, ti si stringe il cuore quando non comprendi cosa vuole dire perchè lei fa di tutto per farsi comprendere, lavora con una collega che insegnandole a riconoscere le lettere su una tabella trasparente le ha permesso di comporre le parole con lo sguardo, facendo un’accurata selezione ed aiuta il terapista  a comporendere la parola dicendo no oppure si quando viene pronunciata ogni lettera che lei ha indicato con lo sguardo.

Questo è solo uno dei modi mediante il quale è possibile intraprendere un percorso di comunicazione aumentativa alternativa, non è detto che le facilitazioni debbano essere a sostituzione del canale verbale, un bambino con il quale lavoro utilizza le immagini a supporto del suo linguaggio verbale, è uno spettacolo come riesce a farmi comprendere ciò che dice quando verbalmente le articolazioni sono molto distorte lui utilizza l’ipad e mediante immagini o mediante qualcosa che si riagganci a ciò che sta dicendo mi spiega l’accaduto.

Ache oggi il nostro articolo è un piccolo spaccato su un mondo di comunicazione non verbale fatto di sguardi di gesti di necessità inespressa dove qualunque intuizione può dar voce ad un’emozione….