L’uso di una tabella di comunicazione richiede che un ipotetico utente sia in grado di:

 riconoscere i simboli di cui è costituita, 

organizzare un pensiero,

individuare sulla tabella i simboli che gli consentono di poterlo esprimere,

effettuare una successivo adattamento nella scelta dei significati,

qualora nel vocabolario simbolico della tabella non fossero presenti tutti quelli di cui necessita,

indicare in successione i simboli/significato all’interlocutore.

 Emerge in modo evidente che in questa modalità il processo comunicativo richieda necessariamente una metacognizione e non sia né automatico né simultaneo.

 E questa è già una differenza sostanziale che… comporta dei costi a diversi livelli: cognitivo, linguistico, emotivo, comunicativo.

 Da un punto di vista cognitivo e linguistico appare chiaro che il soggetto deve pensare i propri pensieri, farli corrispondere a parole/simbolo e organizzarli in una sequenza simile a una stringa verbale o grafica.

 Da un punto di vista emotivo e comunicativo è necessaria  una differita temporale, tra il pensiero e l’esplicitazione del messaggio, penalizzante sul piano relazionale perché richiede dei tempi lunghi e spesso frustrante perché ciò che si è indicato non sempre corrisponde in modo soddisfacente a ciò che si voleva esprimere.

 Nessun linguaggio alternativo  può sostituire a tutt’oggi, per efficienza e immediatezza il linguaggio verbale,   ciò non significa che l’AAC non sia una strada percorribile e non sia utile nelle situazioni di disabilità verbale ma ne vanno necessariamente considerati i limiti e le reali possibilità.

 Va inoltre sottolineato che la differenza tra l’AAC e il linguaggio non consiste solo in una differita temporale e nella necessità di dover utilizzare processi metacognitivi, ma anche nella presenza di un’altra problematica: l’assenza o la carenza di un’organizzazione morfosintattica del pensiero.

 La maggior parte dei soggetti, infatti, non sa organizzare in modo logico e sequenziale i simboli così che i messaggi risultano disordinati, ambigui, e spesso non comprensibili

 I soggetti possono presentare una buona comprensione del linguaggio in input ma non saperlo organizzare in output, possono sapere cosa vogliono dire, ma non sanno come fare a dirlo. Il problema non è sul piano semantico (riconoscimento di simboli, figure, disegni…), ma nella componente morfosintattica.

 In realtà i codici utilizzati nell’AAC non sarebbero alternativi al linguaggio ma solo alla sua emissione verbale, quindi se il pensiero del disabile non è codificato linguisticamente in uscita il codice rappresenta  solo un vocabolario che di per sé non ha un ordine, se non quello categoriale con cui è organizzato nella tabella di comunicazione, ma non quello sequenziale come nella frase.

 In sintesi  l’utilizzo di una tabella di simboli richiederebbe al soggetto un processo metacognitivo, con tempi di elaborazione per adeguare il pensiero ai simboli esterni, e una consapevolezza morfosintattica per ordinare successivamente i simboli per il messaggio in uscita.

 Emerge in modo evidente la disparità delle competenze richieste a un soggetto disabile rispetto, a un soggetto abile nella parola: decisamente maggiori nel caso del disabile e presenti solo con un buon livello cognitivo e linguistico.

 In considerazione di quanto esposto andranno allora considerate quali siano le reali possibilità comunicative di un disabile verbale  che, non possedendo tali competenze, necessita comunque di comunicare.

AAC e processo metacognitivo.

 La maggior parte dei soggetti disabili verbali non possiede le abilità sopraccitate e spesso neppure i prerequisiti per un lavoro di AAC:

          un SI e NO codificato e strutturato,

         un discreto livello simbolico (riconoscimento di figure, immagini…),

         un’intenzionalità comunicativa o almeno un’attenzione alla comunicazione.

 Ciò non significa che un disabile non possa maturare una competenza comunicativa  e  utilizzare in modo ordinato (per vincoli semantici) un codice, ma ciò presuppone un lavoro di preparazione alla comunicazione che va modulato sulle capacità di ciascun soggetto.

 E’ necessario valutare se il soggetto possiede i prerequisiti che consentono un lavoro metacognitivo e, nel caso non siano presenti, indirizzare il lavoro sul piano dall’agito più che su quello del rappresentato.

 In entrambe le situazioni il lavoro verterà su un orientamento cognitivo motivazionale in ordine alla realtà esperita dal soggetto.  

Nel contesto operativo a cui facciamo riferimento, sono stati considerati  solo pazienti che presentano i prerequisiti per un lavoro di AAC.

 In questi casi il problema è relativo soprattutto al disorientamento presentato dal soggetto nella ricostruzione delle proprie esperienze, di cui non sa fare un’analisi per sistematizzarle secondo un ordine.

La sua è una conoscenza  legata all’agito, al vissuto, ma non è esplicita: per divenire consapevole delle sue conoscenze e dei rapporti tra gli elementi che le costituiscono dovrebbe vederle e manipolarle,  essendo egli carente sul piano simbolico astratto; ciò non gli impedisce di riconoscere le singole rappresentazioni di oggetti o persone conosciute, ma non sa come comporle insieme. 

Il linguaggio consente una trasformazione dei dati della realtà in una stringa sonora o grafico/alfabetica senza perdere nella sua forma astratta il significato del fenomeno reale, ciò è possibile perché nel codice i vincoli semantici relativi al CHI, COSA, DOVE, QUANDO, COME, PERCHE’ vengono organizzati in senso logico in modo da mantenere una corrispondenza con il fenomeno stesso. Questo consente ai parlanti di una stessa lingua di capirsi quando comunicano tra di loro.

 Quando questo processo non funziona non è possibile implementarlo dall’esterno, si può però effettuare un lavoro di riconoscimento dei vincoli semantici quali riferimenti per orientare il soggetto alle proprie conoscenze.

 Ciò presuppone un processo metacognitivo non mirato ad acquisire un ordine morfosintattico ma a riconoscere alcuni di questi legami (quelli più concreti): il CHI-DOVE, COSA-DOVE, così che il disabile impari a utilizzare e manipolare figure o simboli, relativi alle sue esperienze, in modo più consapevole e secondo un raggruppamento più ordinato.

 Solo se il soggetto sa autonomamente manipolare le figure possiamo parlare di un apprendimento significativo delle stesse, altrimenti la loro composizione dipende da aiuti esterni e non è quindi il frutto del suo pensiero.

 Ma poiché le metacognizione richiede spesso una lavoro mentale non  accessibile al disabile, devono essere previste  delle modalità facilitanti.

La prossima settimana NON PERDERE  la parte conclusiva di questo articolo!