L’importanza del linguaggio nella vita quotidiana può indurre l’uomo a pensare che “l’imparare a parlare” sia totalmente regolato da fattori di tipo biologici;

una capacità così importante per la sopravvivenza della specie umana dovrebbe essere insensibile alla varietà delle condizioni ambientali in cui si

sviluppa, modulata da ritmi geneticamente determinati.

I cambiamenti che avvengono durante lo sviluppo di un bambino,dalla scoperta della parola all’apprendimento, sono straordinari.

Per imparare a parlare ad un bambino non occorre ricevere un ‘istruzione… ma è importante che abbia intorno persone che gli parlino, “sollecitando le sue emozioni e le conoscenze sugli oggetti e sugli avvenimenti del mondo”.

Le sollecitazioni esterne sono, dunque, essenziali per lo sviluppo delle facoltà mentali, soprattutto per l’attività linguistica, ma ci sono bambini, che pur avendo un normale sviluppo psico -fisico e affettivo, nel corso della scolarizzazione incontrano difficoltà nell’automatizzare il processo di decodifica del linguaggio scritto in linguaggio verbale.

I soggetti che presentano tali caratteristiche sono definiti “dislessici”.

Si definisce dislessia “un disturbo manifestato nell’apprendimento della lettura nonostante istruzione adeguata, in assenza di deficit intellettivi,  neurologici o sensoriali e con adeguate condizioni socioculturali” (American Psychiatric Association).

Nell’ultimo decennio, in ambito neuropsicologico, i disturbi della lettura sono stati classificati in dislessia evolutiva (DE) e dislessia acquisita (DA).

La prima viene definita come “una difficoltà specifica di apprendimento della lettura pur in assenza di un ritardo o carenza intellettiva socio-culturale e affettiva ” (C. Cornoldi);

invece con il termine di dislessia acquisita (DA) si intende un disturbo della lettura in un soggetto adulto o conseguente ad un danno cerebrale (un danno all’emisfero dominante per il linguaggio cioè il sinistro).

Le due forme di dislessia possono presentare lo stesso patter di errori caratteristici, i più frequenti sono:

1) confusione e sostituzione di segno(soprattutto delle consonanti , ma anche delle vocali o ed a, appunto per la minima differenza tra l’una e l’altra);

di lettere simili per forma (m-n, b-l……);

di lettere e orintamento simmetrico (b-p, n-u…..);

di lettere che si somigliano per il suono(v-f, p-b, t-d).

2) inversioni orizzontali o dinamiche (car per cra, talovo per tavolo);

3) omissioni di vocali , consonanti, sillabe, parole;

4) trasformazioni ( lettura corretta della prima parte di una parola con vibrazioni nel finale) per scarso controllo (fanciulloni per fanciulli);

5) sostituzioni, soprattutto di parole ( campo per prato) quando ,si riscontra una certa analogia di significato, la prima è parola più nota, oppure presenta una scrittura più semplice , oppure è stata chiaramente memorizzata dall’alunno;

6) aggiunte e ripetizioni.

Le difficoltà possono presentarsi a livello di riconoscimento di lettere singole (deciframento), e maggiori sono quelle che si rilevano nei raggruppamenti di tre lettere.

Il dislessico, in genere, non arriva agevolmente a globalizzare la parola come un tutt’uno.

Anche quando riesce a leggere le sillabe isolate, trova ancora difficoltà a leggerle nella parola: legge la prima sillaba, ma mentre legge la seconda sembra aver dimenticato la precedente.

Ciò dipenderebbe da una difficoltà di codificare delle lettere per il prevalere della durata della memoria visiva (Stanley).

C’è da rilevare, inoltre,  che un dislessico anche da un giorno all’altro mostra di aver perduto quello che sembrava avere prima acquistato.

In questa situazione è facile assistere ad una caduta di interesse per la lettura.

La demotivazione raramente si riscontra all’inizio di un mancato apprendimento, ma è quasi sempre provocata dagli insuccessi ripetuti.

L’intervento rieducativo si pone allora come necessità assoluta prima della conclusione del primo ciclo della scuola elementare.