Un bambino disabile verbale che sa cosa vuol dire ma non sa come  fare a dirlo, deve prima conoscere  cosa sa.

Un lavoro metacognitivo sui propri dati esperenziali potrà renderlo consapevole di alcuni vincoli semantici relativi ai nessi spaziali, temporali, relazionali e causali della realtà da lui vissuta e agita, orientandolo rispetto a ciò che vuole esprimere.

Per facilitare una manipolazione mentale delle esperienze, sarà necessario partire da una manipolazione concreta delle stesse, che consenta al soggetto di vederle e usarle.

La metodologia di lavoro prevede perciò… la strutturazione progressiva di una TRACCIA GRAFICA ORDINATA delle sue conoscenze, scomposte  al livello  di una sola corrispondenza (CHI-DOVE, COSA-DOVE, CHI-COSA).  Il bambino vede e manipola le persone che conosce (i CHI) e i luoghi che le contengono (i DOVE) rappresentati sotto forma di oggetti cartacei mobili e abbinabili tra di loro mediante inserti di velcro, come se facesse, agisse la comunicazione attraverso la ricostruzione delle azioni da lui effettuate.

Può far vedere dove è stato spostando, per esempio, l’ immagine che lo rappresenta dalla sua casa alla casa del nonno, o di un amico, o altro relativamente alla sua esperienza.

Rappresentare le COSE che gli piacciono o non gli piacciono, o a CHI piacciono e DOVE stanno, significa costruire un ordine mentale riconosciuto dal soggetto perché, dopo aver agito tali conoscenze nella realtà, le manipola nuovamente sul piano della rappresentazione figurata, in cui ogni cosa è correlata all’altra, i significati non sono elementi semantici a sé stanti ma si correlano fra di loro. Inoltre tale lavoro di ricostruzione e manipolazione diviene uno spazio operativo reciproco fra il disabile e l’operatore e un modo, una pragmatica condivisa, di cui entrambi riconoscono le regole.

È passando da questa comunicazione agita su significati grafici altamente semantici, perché rappresentati sulla base delle informazioni avute dal bambino stesso attraverso un’indagine conoscitiva, che si può in seguito strutturare un ordine categoriale dei CHI, COSA, DOVE relativi alle sue conoscenze.

La metodologia operativa consiste quindi nel processo di organizzazione ordinata dei significati personali del disabile per orientarlo verso una maggiore consapevolezza e competenza comunicativa che gli possa consentire, in seguito, l’uso di un codice alternativo.

 La tabella di comunicazione rappresenta la sintesi di tutto questo percorso che può essere definito di orientamento per il controllo e l’uso di significati personali  al fine di utilizzare uno strumento: un codice alternativo alla parola . 

Viene usato il termine orientamento per contrapporlo alla situazione vissuta da chi non può parlare  che si trova disorientato non solo nell’organizzare cognitivamente i significati ma anche nella prassi comunicativa, perché la sua condizione lo penalizza ad essere dipendente da chi sa gestire la comunicazione ed è quindi oggetto e non soggetto attivo nell’interazione.

Per comunicare in modo attivo e consapevole egli necessita di riconoscere, interiorizzare e utilizzare anche le principali funzioni interattive, le regole della comunicazione (apertura canale comunicativo: forma dichiarativa o richiestiva, chiusura del canale: lo stop). Anche in questo caso egli può fruire in seguito di riferimenti grafici con la rappresentazione di queste funzioni da utilizzare ogni qualvolta sia necessario (tali funzioni possono essere integrate nella tabella di comunicazione, oppure mediate da un supporto elettronico, così da esplicitarle anche in forma sonora). Ma prima appunto le deve esperire, agire e poi riconoscere.

Queste due modalità operative, che gli consentono di agire nel contesto (regole interattive) e in relazione ai contenuti,  lo portano nel tempo a costruirsi un modello operativo di cui diventa consapevole.

Tutto questo prevede, da parte dell’operatore, non solo la capacità di porsi empaticamente nella relazione ma, soprattutto, di saper attuare un percorso di recupero degli aspetti analogici dei significati per poter interagire al livello del disabile.

Per interagire con un disabile verbale è necessario sapere:

-come ci si relaziona senza verbalità;

-come effetuare un’indagine conoscitiva (diretta o indiretta);

-come e cosa si decodifica da una relazione non verbale (contenuti, funzioni);

-come rappresentare in modo personale l’esperienza  del disabile (il diario comunicatore) ;

-come spaziare, nella comunicazione, dalla dimensione logica a quella analogica (più accessibile al disabile).

Quanto finora esposto vuole solo essere una breve sintesi circa gli attuali presupposti della metodologia di formazione e d’intervento nel campo delle gravi disabilità verbali e cognitive.

I risultati e le difficoltà di un lavoro più che ventennale sulla Comunicazione Alternativa hanno infatti consentito di mettere in luce alcuni aspetti specifici di questo nuovo ambito operativo, anche se tuttora innovativo e passibile di cambiamenti.

Se è possibile comunicare senza parlare bisogna anche considerare i tempi e le modalità per un processo che non è automatico ma richiede sempre una consapevolezza operativa;  se nel linguaggio naturale il bambino impiega circa tre anni per esprimersi verbalmente i tempi per un lavoro di AAC non saranno certo più brevi.

Si è voluto qui evidenziare, in particolare, il fatto che qualunque strumento informatico o codice alternativo venga utilizzato per un recupero comunicativo, esso deve trovare un riscontro interno nel disabile che lo dovrà utilizzare.  Quel collegamento è necessariamente frutto di un lavoro cognitivo che mette ordine nei dati della realtà esperita dal bambino e di una relazione che riconoscendo l’altro come persona, lo affranca dalla parola restituendogli la dignità di essere pensante.